CORONAVIRUS E LE SFUMATURE DELLA CRISI AZIENDALE. I DATI DI UNA RICERCA EMPIRICA

Il Coronavirus ha colpito tutti i settori economici con diverse sfumature. La crisi aziendale attuale presenta scenari futuri incerti. Dall’analisi dei dati di una ricerca empirica quello che è chiaro è che bisognerà adattarsi a nuovi mercati e nuove esigenze rivedendo i propri modelli di business e la propria struttura finanziaria.

Premessa

Tutti sono stati colpiti dalla crisi ed in modo globale a causa della pandemia Covid-19. Si parla di crisi aziendale sociale, finanziaria, filosofica e comportamentale. Come ogni crisi globale ci sarà un effetto selettivo per gli operatori economici.

Molte imprese non supereranno il momento, alcuni settori saranno privilegiati dall’ondata di risalita e si vedranno differenziazioni tra tipologie di società, territori e strutture aziendali. Diversamente dalle precedenti crisi non ci sono settori che svolgono un effetto “spugna”.

Anche il terziario è colpito duramente e le conseguenze si leggono nell’emergenza occupazionale che coinvolge, da subito, tutti gli aspetti privati e di ogni attività, direttamente o indirettamente.

Al momento non è chiaro quello che potrebbe essere lo scenario del prossimo futuro causato da questa crisi aziendale.

Le chiusure e i blocchi potrebbero essere prolungate in alcuni specifici comparti o lasciare pesanti zavorre da smaltire in molti mesi. Quello che abbiamo imparato, nel frattempo, è la necessità di adattarsi a nuovi mercati e nuove esigenze. Le imprese dovranno riorganizzarsi per poter rispondere al nuovo sfondo. Bisogna riscrivere la strada che conduce al successo aziendale.

Gli scenari attuali

Le stime dell’OCSE descrivono le peggiori conseguenze sul terziario e sui professionisti.

Alcuni economisti intravedono le peggiori ripercussioni in termini di valore aggiunto, invece, sulle imprese produttive con grandi costi fissi da sostenere, e più passa il tempo e più il costo diventa insormontabile. Dall’altra parte alcuni settori hanno risposto subito e meglio alla crisi aziendale.

In questo senso si pensa al settore agroalimentare. Altri potrebbero addirittura essere favoriti come l’industria farmaceutica e le imprese che si occupano di materiale sanitario, igienico o servizi di pulizia e sanificazione.

lcuni studiosi differenziano i settori per beni immagazzinabili, che potrebbero avere una seconda parte dell’anno molto positiva, dalle imprese che trattano beni di consumo deperibili, che non riusciranno a riprendersi fino al 2022.

Tutto il resto dell’economia, invece, sprofonda nell’incertezza.

Se restiamo alle dichiarazioni ufficiali del DEF (Documento di Economia e Finanza), un terzo del calo di valore aggiunto aziendale dipenderebbe dal crollo del commercio internazionale (il WTO stima una caduta del commercio mondiale nel 2020 nell’ordine del 20/25%) mentre i restanti due terzi dipenderebbero dal blocco temporaneo delle produzioni, dal distanziamento sociale e dal mutamento dei consumi interni.

Malissimo l’import, male l’export e grande incertezza sulle relazioni commerciali con gi USA.

Tutto questo crea ancora più confusione e le imprese vagano nel buio cercando la via giusta per riprogrammare la ripartenza.

La nostra ricerca

Tra i nostri compiti, in questo periodo di riformulazione delle nuove priorità delle aziende, è comprendere quello che potrebbe essere il nuovo scenario dopo la crisi aziendale e come aiutare le imprese ad adeguarsi ad esso con economicità ed efficienza.

Le aziende che rientrano nel nostro campione di analisi sono 257 imprese sane (clienti o potenziali clienti), con un fatturato tra i 200.000 euro e 140 milioni di euro operative soprattutto in Puglia, Basilicata, Campania e costiera adriatica fino alle Marche.

A queste imprese sono state aggiunte altre 250 aziende fornite dal nostro sponsor dati, l’agenzia di rating FourFinance. A tutte le imprese è stato somministrato un questionario statistico ed è stato inoltrato un check-up sul rating di bilancio e il nostro nuovo programma sulla valutazione dei rischi stressati.

Dal programma e dal foglio di calcolo sono state elaborate delle interessanti statistiche.

Quasi il 20% delle imprese ha subito delle difficoltà finanziarie sin dal primo giorno di blocco delle vendite.

Il 58% del totale delle imprese analizzate ha subito serie difficoltà finanziarie prima di 30 giorni di blocco e solo il 7% delle imprese mostra dei dati contabili che dimostrano che l’impresa possa resistere ad un blocco delle vendite fino a 5 mesi.

Per quanto riguarda la percentuale di crediti insoluti sopportabile, dalle evidenze dei bilanci 2018 e 2019, contabilmente le imprese non riescono a superare grandi imprevisti.

L’81,5% del nostro campione non supererebbe la crisi di un blocco delle vendite per 60 giorni se aggiungiamo anche un solo cliente insolvente. L’88,7% delle imprese analizzate non supererebbe una percentuale di insoluti superiore al 15%, il 92,8% una percentuale del 30%, il 98,4% non sopravvive a creditori insolventi pari al 60% del totale dei clienti.

Anche le imprese che potranno accedere ai finanziamenti bancari con la copertura di Sace saranno tante ma con dati ancora imprecisati. All’interno delle prime direttive di prodotto, Sace aveva confermato l’accordo di garantire i finanziamenti per imprese non già in difficoltà finanziaria. Questo “status” di difficoltà finanziaria deve essere individuato in maniera oggettiva. Le prime regole, probabilmente oggi superate o da riscrivere, prevedevano il rispetto per le imprese anche di tre indici di bilancio. Le imprese che possono accedere a queste agevolazioni non devono aver registrato una perdita di esercizio superiore al 50% del patrimonio netto, il totale dei debiti non deve essere superiore a 7,5 volte il patrimonio netto e l’Ebitda non deve essere inferiore al totale degli oneri finanziari.

La differenziazione del primo elemento, la perdita di esercizio, risulta essere quello meno frequente. Essa si è riscontrata in 2 casi pari a meno dello 0,50% del campione e, in modo esclusivo, in imprese di minore dimensione e già sbilanciate.

Il secondo elemento, debiti su patrimonio netto, potrebbe essere un problema per tantissime imprese. Delle 507 imprese del dataset ben 108, pari al 21,3%, ha i debiti superiori a 7,5 volte rispetto al patrimonio netto. La media totale di questo indicatore, per l’intero campione, è pari a 4,99.

Il terzo elemento, la copertura degli oneri finanziari con l’Ebitda, risulta anch’esso discriminante.

Il 7,66% delle imprese non sarebbe finanziabile perché ha registrato oneri finanziari maggiori del margine lordo sulle vendite. La media totale del campione è stata 31,70, ben maggiore rispetto a 1, ma la media del peggiore decile è stata 0,10 e la media del secondo peggiore decile è stata 1,64, con rapporti vicini alla soglia di non finanziabilità.

Ogni impresa ha una storia unica ed irripetibile, un’organizzazione non replicabile ed un’unica via per sfruttare l’onda di risalita. Non è semplice e giusto dare definizioni generalizzabili ma è necessario programmare con efficacia un valido piano per ripartire.

 

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